Quanto contano le donne nelle  “stanze dei bottoni” delle aziende italiane?

Quanto contano le donne nelle “stanze dei bottoni” delle aziende italiane?

Riceviamo e volentieri pubblichiamo perché le parole le porta via il vento, i dati restano e parlano chiaro!

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Quando si è ospiti in un blog, bisogna prima di tutto presentarsi alle lettrici e ai lettori. Dunque buongiorno! Mi chiamo Michele Barbera e sono il CEO di SpazioDati, una startup tecnologica con sede a Trento e a Pisa.

Da alcuni mesi noi di SpazioDati abbiamo lanciato sul mercato Atoka, uno strumento di sales intelligence che vuole aiutare imprenditori, artigiani e liberi professionisti nelle loro attività B2B in Italia. Ad esempio generando, in pochissimo tempo e con una manciata di click, liste di potenziali clienti precise e dettagliate (attività che in gergo viene definita, dagli esperti di marketing, lead generation). Ancora, Atoka consente di seguire l’evoluzione del mercato e dei competitor. Siamo in grado di fare tutto questo grazie a un database gigantesco, di ben 6 milioni di aziende e 12 milioni di contatti verificati. In più gli algoritmi proprietari alla base di Atoka analizzano ogni 24 ore 70mila news aziendali e ogni settimana 100 milioni di pagine web.

I dati però non sono utili solo per fare business. Anzi, sono cruciali per informare.

Conoscere la realtà che ci circonda. Noi non siamo né giornalisti né un centro di ricerca, naturalmente, però crediamo nella trasparenza e nell’accesso ai dati (anzi, questi sono i pilastri della nostra filosofia).

Ecco perché qualche giorno fa abbiamo lanciato, dal nostro blog su Gli Stati Generali, una piccola iniziativa, l’informazione powered by Atoka. Un tentativo, il nostro, di descrivere un po’ il mondo delle imprese italiane attraverso i dati.

Il primo tema che ci è sembrato doveroso affrontare è stato: quanto contano le donne nelle “stanze dei bottoni” delle aziende italiane?

Che l’Italia non sia proprio un paese amico delle donne che lavorano è un fatto arcinoto (e infatti il Global Gender Gap Index ci colloca al 111° posto quanto a parità nell’ambito della partecipazione economica). Ma a livello di governo delle imprese, le cose forse cambiano?

In fondo abbiamo celebri esempi di donne al comando, da Emma Marcegaglia ad Anna Amati, da Miuccia Prada a Marina Berlusconi…

In ogni caso, abbiamo deciso di “dare i numeri” e cercare di capirne qualcosa in più. I risultati purtroppo non sono stati confortanti, basta dare un’occhiata all’infografica per rendersene conto.

atoka uomini e donne al comando

Su un pool di oltre un milione di aziende tricolori, quelle dove il presidente del CDA è una signora sono soltanto il 16%: nemmeno una su cinque! Appena il 23% delle aziende ha come amministratore unico una donna, e una percentuale quasi uguale di aziende (il 25%) ha una donna come socio unico. Ancora, le aziende dove almeno una donna è consigliere sono circa il 47%, e tra le imprese con un unico AD solo il 20% punta su una donna.

Anche molti settori imprenditoriali si contraddistinguono, purtroppo, per una scarsa presenza delle donne al vertice (cioè amministratrici uniche, presidenti del CdA o del consiglio direttivo, socie uniche, ad, vice-presidenti del cda, presidenti e vice-presidenti).

I settori dove le donne sono particolarmente assenti sono quelli ad alta intensità tecnologica: la produzione di energia elettrica (13%), la produzione di software non connesso all’edizione (14%), e le attività connesse a studi di ingegneria, installazione di impianti idraulici, elettrici e di riscaldamento, il commercio all’ingrosso di computer e la consulenza nel settore delle tecnologie dell’informazione (16%).

Le donne sono invece spesso al comando nelle aziende dedicate alla cura alle persone: in primis i servizi di asilo nido e simili, dove nell’81% dei casi c’è almeno una donna ai vertici; l’istruzione pre-scolastica (69%); i servizi di istituti di bellezza e simili (61%); l’assistenza sociale non residenziale (59%).

Quanto alla dimensione geografica, sono le regioni del Centro-Nord a vantare più ditte amiche delle donne. Infatti in Piemonte e Umbria il 34% della aziende ha almeno una signora con un ruolo top. Seguono Emilia-Romagna e Toscana, tutte e due con il 33%.

Fanalino di coda è la Calabria, con appena il 25% di aziende a guida femminile, ma non fanno granché meglio la Campania, la Basilicata e la Puglia, con il 26%.

A livello di province il risultato resta più o meno lo stesso. A Bologna, Biella, Siena e Savona, il 36% delle aziende ha almeno una donna con al top. Discrete anche Lecco, Cuneo, Terni e Arezzo, con il 35%.

Le province con i risultati meno incoraggianti sono Vibo Valentia e Foggia, dove solo il 24% delle imprese ha almeno una donna in un ruolo top. Seguono, con il 25%, Bari, Crotone, Cosenza, Catanzaro Caserta. Non esaltante il risultato di una metropoli globale come Roma (27%) e di una città dell’estremo nord come Bolzano (26%).

Infine, ecco qui una classifica sulla base delle dimensioni aziendali. Benché le grandi aziende siano quelle dove ci sono più donne con ruoli top (42%), le donne al vertice sono soprattutto nelle micro-aziende (27%), seguite dalle piccole (20%) e medie aziende (18%), con le grandi aziende all’ultimo posto (16%).

Nel complesso, è un quadro con molte ombre e poche luci. È evidente che in Italia sono ancora tante le aziende che devono comprendere lo straordinario valore aggiunto delle professioniste di sesso femminile. Ma le cose stanno cambiano, la mentalità si sta evolvendo. Per fortuna.