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Wister e sei in rete
Luglio 23, 2025

I vantaggi e le origini della flessografia

Quando parliamo di stampa flessografica, o più brevemente di flessografia, ci riferiamo ad una singolare procedura di stampa, molto utilizzata, caratterizzata sostanzialmente dall’uso di una piastra flessibile che porta, in rilievo, I caratteri o simboli da stampare. Nonostante sia una tecnica di vecchissima data, è ancor oggi utilizzata in un numero significativo di casi: questo è dovuto alla sua versatilità, che rende possibile stampare su una grande gamma di supporti, dalla carta al cellophane al metallo, inclusi I supporti rigidamente non-porosi che sono necessari per gli incarti e gli involucri destinati a difendere gli alimenti confezionati dalla contaminazione. Ma quali sono gli effettivi vantaggi che questo procedimento di stampa può offrire, e qual è la sua storia, dalle origini ad oggi?

Le origini della stampa flessografica vanno ricercate in Inghilterra alla conclusione del diciannovesimo secolo, e per essere precisi nell’anno 1890, quando una ditta di nome Bibby, Baron and Sons produsse la prima macchina da stampa di questo tipo. Usava ancora inchiostri a base d’acqua, che tendevano a sbavare molto – il che le valse il soprannome di “Bibby’s Folly”, ossia “La Follia di Bibby” . Le cose non rimasero ferme a lungo, tuttavia: negli anni Venti del 1900, il grosso della produzione delle macchine flessografiche si è ormai del tutto spostato in Germania, dove il processo ha nome “Gummidruck”, ossia “stampa a gomma”. Gli inchiostri ad acqua sono stati abbandonati in favore di quelli, più stabili, a base di anilina, migliorando la qualità di stampa. Ma c’è un problema: l’anilina è tossica, e la Gummidruck si usa particolarmente per stampare confezioni di alimenti. Negli anni ’40, la DDA Statunitense dichiara il metodo incompatibile con l’ambito alimentare, e le vendite colano a picco.

Nel ’49, per fortuna per I produttori e gli stampatori, vengono testati e approvati dei nuovi inchiostri, infine sicuri e atossici, adatti alla stampa in campo alimentare; ma purtroppo la cattiva impressione permane, e le vendite non si risollevano, e il dilemma rischia di far fallire il settore. Le associazioni di categoria si resero conto che occorreva un’immagine nuova, un nome nuovo che non rievocasse cattivi ricordi; e Franklin Moss, presidente della Mosstype Corporation, condusse a riguardo un sondaggio sul suo giornale, il MossTyper. Fra centinaia di nomi possibili, I tre finalisti risultarono essere “permatone”, “rotopake” e quello che alla conclusione come sappiamo vinse largamente, “flexograph”, il nome che usiamo tuttora per descrivere il procedimento.

E se ancor oggi parliamo di stampa flessografica e la usiamo tanto distesamente è perchè, benché lungamente (per la precisione, almeno fino agli anni ’90) non abbia offerto livelli di esattezza confrontabili con quelli offerti dalla stampa offset, dà in compenso la possibilità di operare su moltissimi supporti diversi, tutti tipici del packaging, come plastica, pellicole metalliche, cartoni e acetato, e di usare inchiostri anche a base d’acqua. In generale, oltre a questo, tutti gli inchiostri flessografici sono poco viscosi, e quindi tendono ad asciugare in fretta, accorciando I tempi di lavorazione e conseguentemente I costi. Per tutti questi motivi, ancora oggi, la flessografia ha ancora un ruolo rilevante e una posizione precisa nel mondo della stampa, e non accenna a volerli abbandonare.

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