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Wister e sei in rete
Bambino osservato durante il gioco in una stanza di psicomotricità con terapista e genitore
Luglio 19, 2026Luglio 11, 2026

Il bambino che parla poco va osservato mentre gioca

Un bambino può dire poche parole e, nello stesso tempo, comunicare molto; può dire qualche parola in più e restare povero nello scambio. Questa constatazione spiazza molti genitori, perché siamo abituati a misurare il linguaggio contando vocaboli, suoni corretti e frasi.

Nella stanza di psicomotricità il conteggio non sparisce, ma cambia posto. Prima di chiedere quante parole usa, si osserva come entra nello spazio, cosa guarda, se cerca l’adulto, se imita, se aspetta il turno, se trasforma un oggetto in gioco. Non per allargare il problema a ogni costo. Al contrario: per evitare la promessa facile, quella del “facciamo solo pronuncia e passa tutto”. A volte basta un lavoro mirato sul linguaggio. Altre volte il corpo sta già raccontando una parte della fatica.

Ingresso, gioco libero e movimento: i primi minuti dicono più di una lista di parole

La porta si apre. Il bambino resta attaccato alla gamba del genitore, poi vede una cesta con costruzioni morbide, palline, animali, una piccola cucina. Non saluta, oppure saluta senza guardare. Il genitore prova a spiegare: “A casa capisce tutto, però non parla”. Frase frequente, detta quasi sempre con buona fede. Però “capire tutto” va maneggiato con prudenza: nella vita di casa molte richieste sono prevedibili, ripetute, accompagnate da gesti, orari, oggetti già pronti.

Nei primi minuti il TNPEE non fa partire un test come una macchina. Lascia un margine di gioco libero. Osserva se il bambino esplora o resta fermo, se usa un oggetto per una sola azione ripetuta, se porta il gioco al genitore, se controlla il volto dell’adulto dopo una caduta rumorosa. L’attenzione condivisa pesa molto: indicare un aereo fuori dalla finestra per farlo vedere a un altro non equivale a prendere la mano dell’adulto per ottenere un biscotto. Sono due comunicazioni diverse.

Quotidiano Sanità ha riportato che circa il 10% dei bambini in età scolare presenta difficoltà linguistiche. Il numero non serve a spaventare, serve a togliere il tema dalla categoria dei capricci o dei tempi “un po’ lenti” liquidati al volo. Dentro quel 10% stanno storie diverse: bambini che faticano nella grammatica, nella comprensione, nella narrazione, nell’uso sociale del linguaggio. Alcuni hanno un profilo motorio e relazionale ordinato. Altri mostrano inciampi più distribuiti.

Il bambino prende una macchinina e la fa correre sempre sullo stesso bordo del tappeto. Il terapista mette una seconda macchinina accanto, fa un rumore breve, poi aspetta. Il bambino continua da solo. Dopo due tentativi guarda la mano dell’adulto, non il volto. Questo non dà una diagnosi. Dice però che lo scambio va costruito con cura: turno, attesa, imitazione, sguardo sono mattoni della comunicazione prima ancora della frase.

Poi arriva una richiesta motoria semplice: salire su un cuscino, scendere, lanciare una palla dentro un contenitore. Qui non si sta cercando l’atleta. Si guarda la regolazione: parte troppo forte? Si blocca appena cambia la consegna? Riesce a modulare il gesto se l’adulto abbassa la voce e rallenta? Un bambino che non riesce a fermarsi, aspettare, copiare un gesto, può avere difficoltà a stare dentro uno scambio verbale, perché parlare richiede turni, memoria, controllo dell’impulso, ascolto dell’altro.

In studio si impara presto una cosa: la prestazione migliore non è sempre quella più vera. Alcuni bambini rispondono bene quando l’adulto li guida passo passo, poi si perdono appena devono iniziare da soli. Altri sembrano assenti nei primi dieci minuti e poi, quando il corpo si organizza, agganciano il gioco. Una valutazione seria deve saper tollerare questo tempo, senza riempire ogni silenzio con domande.

Imitazione, gioco simbolico e restituzione: quando logopedia e psicomotricità devono parlarsi

A metà osservazione il terapista propone un gesto: battere due cubi, mettere un animale a dormire, far finta di bere da una tazzina vuota. Il bambino copia il rumore, ma non l’azione simbolica. Oppure copia l’azione solo se l’adulto gli mette l’oggetto in mano. Questo passaggio interessa molto quando un genitore riferisce poche parole, perché il linguaggio non nasce isolato: ha bisogno di rappresentazione, memoria di azioni, piacere di condividere una scena.

Il luogo comune da smontare è semplice: se un bambino non parla, allora il lavoro riguarda solo bocca, lingua e suoni. È una lettura troppo stretta. La pronuncia conta, certo. La competenza fonologica, il lessico e la struttura della frase vanno valutati da chi lavora sul linguaggio. Ma se manca il gesto indicativo, se l’imitazione è fragile, se il gioco resta povero, se lo sguardo non cerca l’altro, fermarsi alla parola rischia di lasciare fuori dati che poi ricompaiono a scuola, nella relazione con i pari, nella fatica emotiva.

La Federazione Logopedisti Italiani e CLASTA, nell’opuscolo 2024 sul Disturbo Primario del Linguaggio, indicano una frequenza di circa 2 bambini per classe e richiamano ricadute su apprendimento, relazioni e aspetti emotivi. È un dato che chiede cautela, non etichette veloci. Dire “disturbo” troppo presto crea ansia inutile; aspettare senza osservare crea mesi persi. Tra queste due alternative, la strada più solida è raccogliere prove cliniche piccole ma coerenti, in contesti diversi.

Durante lo scambio comunicativo il terapista cambia tono, sbaglia apposta un’azione, mette il cucchiaio sulla testa invece che nel piatto. Il bambino ride? Corregge? Guarda il genitore per condividere l’assurdo? Prova a ripetere? Una parola detta senza intenzione comunicativa vale meno di un gesto povero di suono ma ricco di indirizzo verso l’altro. Questo è un punto che in famiglia si coglie spesso, ma si fatica a nominare.

Prima della restituzione, i dati osservati vengono messi in ordine. Non una sentenza dopo 45 minuti, e nemmeno una pacca sulla spalla. Alcuni segnali hanno bisogno di essere rivisti, altri chiedono subito un confronto tra professionisti. In genere vale la pena distinguere:

  • comprensione: segue consegne nuove o solo routine già note?
  • gesto: indica, mostra, porta oggetti per condividere o solo per chiedere?
  • imitazione: copia azioni, suoni, sequenze, espressioni?
  • regolazione motoria: riesce ad aspettare, fermarsi, cambiare ritmo?
  • gioco simbolico: usa gli oggetti per rappresentare scene o resta su azioni ripetitive?

Se il problema concreto è capire se la voce va letta insieme a gesto, attenzione e gioco, una famiglia può cercare un primo orientamento presso https://istitutodipsicomotricita.com/logopedia/, senza separare in partenza parola e corpo.

Nella restituzione ai genitori le parole vanno scelte bene. “Non parla” è una fotografia parziale. Più preciso dire: usa pochi suoni intenzionali, fatica a imitare, cerca l’adulto soprattutto per ottenere, regge poco il turno, oppure comprende bene e mostra un gioco ricco ma non riesce a organizzare i suoni. Cambia molto. Nel primo caso il lavoro dovrà guardare alla comunicazione nella sua base corporea e relazionale; nel secondo la priorità potrà essere più strettamente linguistica.

Il trattamento logopedico, come ricorda l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù nelle sue pagine sui disturbi del linguaggio, lavora su competenze specifiche del linguaggio e della comunicazione. Questo non è in contrasto con la valutazione neuropsicomotoria. Anzi, quando il profilo lo richiede, i due sguardi devono scambiarsi informazioni: cosa succede se il bambino è in movimento, se deve aspettare, se deve imitare, se il gioco non è guidato dall’adulto.

Il genitore esce spesso con una richiesta molto concreta: “Quindi dobbiamo preoccuparci?” La risposta onesta non sta nel rassicurare a prescindere né nel moltiplicare visite. Sta nel decidere se le poche parole sono un ritardo isolato o il segnale di una comunicazione più fragile. Il criterio è semplice: guardare che cosa fa il bambino quando non gli si chiede di parlare.

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