A Milano nasce il Centro per le culture di genere, coinvolte sei Università

Le relatrici dell'incontro sul nuovo Centro interuniversitario

Le relatrici dell’incontro sul nuovo Centro interuniversitario

E’ nato a Milano il Centro di ricerca sulle Culture di genere. Tenuto a battesimo da sei poli universitari (Bicocca, Statale, Politecnico, Bocconi, San Raffaele, Iulm), ha visto la luce lunedì 3 marzo dopo tre anni di gestazione.
“Una storia di successo”, l’ha definita Mariella Calloni introducendo i lavori. E davvero mai come in questo caso di successo si può parlare, considerato il numero di realtà coinvolte e la difficoltà atavica delle donne a mettersi in rete.
“Un progetto cooperativo”, ha sottolineato Carmen Leccardi, docente di Sociologa della Cultura in Bicocca e presidente del nuovo Centro, che ha evidenziato come pur essendosi ridotte le disuguaglianze di genere sul piano normativo continui a persistere nel nostro Paese un enorme problema culturale.
C’è un gap tra le aspettative crescenti del mondo femminile, al cui interno sono cresciute delle vere e proprie eccellenze, e lo scarso riconoscimento di queste sul piano sociale – ha sottolineato Leccardi – I due mondi, quello femminile e quello maschile, comunicano poco e male. Per questo c’è bisogno di uno sforzo comune, di nuove forme di responsabilità e di pensiero critico capaci di coinvolgere donne e uomini”.
Sì, perché se non è mancato un tributo alle lotte femministe degli anni Settanta, è del tutto chiaro che oggi si vuole cambiare passo rispetto al separatismo che caratterizzò quelle battaglie. Non a caso si guarda con interesse e simpatia a realtà come Maschile Plurale, associazione nata nel 2007 con l’obiettivo di riflettere su una ridefinizione dell’identità maschile in relazione positiva con il movimento delle donne.
A ostacolare il cambiamento culturale sono anche i mezzi di comunicazione, che rimandano un’immagine femminile stereotipata e non più corrispondente alla realtà attuale.
Di questo aspetto hanno parlato in modo specifico Valeria Bucchetti del Politecnico, dove sono attivi dei veri e propri “osservatori” sui media, e Maria Tilde Bettettini dello Iulm.
Anche il linguaggio ha una funzione importante nel mantenere una cultura sessista: ecco perché tra le mission dell’unità di ricerca interdisciplinare del San Raffaele, rappresentata da Francesca De Vecchi, c’è quella di “decostruire l’universale maschile come neutro, attraverso un approccio incarnato in corpi maschili e femminili”.
Abbastanza sconfortante la realtà del mondo del lavoro, tratteggiata da Paola Dubini della Bocconi.
Le donne partono uguali ma arrivano diverse”, ha sintetizzato Dubini. Secondo la sua analisi il problema però sarebbe duplice: da una parte le aziende bloccano le carriere femminili, ma dall’altra spesso sono le donne stesse ad autoescludersi.
Anche nella gestione della cosa pubblica la presenza femminile è insufficiente. Con una grave conseguenza, quella di un deficit di democrazia. L’ha sottolineato la costituzionalista Marilisa D’Amico dell’Università Statale, citando la più giovane delle costituenti, Teresa Mattei: “La democrazia non è pienamente compiuta se non è fatta di donne e di uomini”.