TOPONOMASTICA FEMMINILE | SUCCEDE A MODENA…

Prosegue la collaborazione tra WISTER e TOPONOMASTICA FEMMINILE. La seconda tappa ci porta a Modena a scoprire le Paltadore a cura di Roberta Pinelli

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Succede a Modena (e speriamo che succeda ancora)

Chi arriva a Modena con il treno, uscito dalla piazza della stazione, si trova davanti un grande edificio. Se non fosse per il colore, un bel rosso detto “modenese”, potrebbe essere un vecchio convento, ma con quel colore, cosa sarà?

È invece è proprio il vecchio convento di S. Marco, che dal 1850 al 2002 ospitò la Manifattura Tabacchi di Modena. La Manifattura Tabacchi fu per anni la più grande impresa produttiva modenese, che nel 1921 arrivò a occupare oltre 1.500 dipendenti, in maggioranza donne. L’edificio è stato recentemente ristrutturato e ospita uffici, appartamenti e negozi. Sul lato sinistro si apre una piazzetta, al cui centro si erge un’altissima ciminiera, dalla quale oggi non erutta più il dolciastro fumo della lavorazione del tabacco, che impregnava costantemente ogni cosa nei dintorni, ma il vapore acqueo del sistema di cogenerazione per la produzione di acqua calda per le eleganti residenze appena terminate.

La piazzetta, larga appena 78 metri, è stata intitolata alle “paltadori”, cioè alle sigaraie, e questa è una bella storia da raccontare.

Paltadora” è, in dialetto modenese, l’equivalente di “appaltatrice”, colei che era occupata nell’appalto, e identificava le operaie che lavoravano il tabacco. Fin dal Seicento la lavorazione del tabacco veniva, infatti, data in appalto a privati, e tale rimase fino al 1850, quando la fabbricazione di sigari e sigarette fu avocata dallo Stato. Molti vecchi modenesi chiamano ancora la ex Manifattura Tabacchi con l’espressione la pelta e il tabaccaio paltein, derivanti ambedue dalla traduzione in dialetto modenese del sostantivo “appalto”.

Grazie alla Manifattura Tabacchi, molte donne modenesi fecero il loro ingresso nel mondo del lavoro e ciò consentì alle donne modenesi di rendersi conto dei propri diritti come lavoratrici. Si verificò quindi una politicizzazione più unica che rara in quel tempo per le donne. Le paltadore si avvicinarono innanzitutto al sindacato per combattere lo sfruttamento, in particolare la prassi (abituale allora come oggi) di riconoscere alle donne salari di molto inferiori a quelli degli operai maschi di pari mansioni. Inoltre, poiché la lavorazione del tabacco avveniva a cottimo, modalità salariale che prevede una retribuzione commisurata alla quantità di prodotto lavorato, era indispensabile per le paltadore essere tutelate nella corretta applicazione di un contratto così iniquo e alienante.

Numerosi sono gli esempi della forza contrattuale delle paltadore: fu anche grazie alle loro battaglie che nella fabbrica modenese furono installati migliori impianti di illuminazione, riscaldamento e areazione, vennero aperti l’infermeria e il refettorio e fu istituito un vero e proprio “asilo aziendale” ante litteram. Nel 1905 fu anche approvata la legge che prevedeva l’assunzione di ragazze di età non inferiore ai quindici anni compiuti, anche se la presenza fra le paltadore modenesi di bambine di dieci e undici anni è documentata fino al 1913 dal ricco archivio rinvenuto durante la ristrutturazione dell’edificio. Le condizioni di lavoro (insalubrità dell’aria, manipolazione quotidiana di tabacco umido fermentato, sedentarietà, scarsa igiene, malnutrizione, sovraffollamento) erano tali che la maggior parte di loro però si ammalava, soprattutto alle vie respiratorie e all’apparato genitale. Di 700 sigaraie studiate per un convegno a Carpi (MO), 80 morirono ancora in servizio e in giovane età, 100 furono pensionate in anticipo per ragioni di salute e dodici di queste morirono poco dopo il pensionamento.

Le paltadore furono anche un esempio di emancipazione femminile, perché, per la prima volta, contribuendo con il loro salario all’economia famigliare, assunsero un ruolo più attivo all’interno della famiglia patriarcale.

Note in città come “rivoluzionarie” e antifasciste, difficilmente riconducibili allo stereotipo delle donne del tempo, tutte “casa e chiesa”, le paltadore parteciparono attivamente alla Resistenza modenese. Scioperi e proteste (contro gli eccidi, contro la fame, contro la guerra, contro i bombardamenti) in cui le “tabacchine” furono parte attiva sono documentati nell’agosto 1943, nell’aprile 1944, nel marzo e nell’aprile 1945.

Per amor di verità, va però detto che paltadora a Modena è anche sinonimo di pettegola, poiché durante le ore di lavoro, mentre le dita instancabilmente confezionavano sigari e sigarette, le “tabacchine” chiacchieravano e spettegolavano su tutto e su tutti. Che quella delle paltadore sia stata una realtà molto significativa nella società modenese è testimoniato anche dal fatto che sulla sirena che segnava la fine del turno mattutino alla Manifattura, chiamato al s-cefel dla pelta” (il fischio dell’Appalto), regolava gli orologi tutta la città.

Una curiosità: presso la Manifattura Tabacchi di Modena lavorarono nello stesso periodo la madre del grande tenore Luciano Pavarotti e quella della celebre soprano Mirella Freni. I due cantanti frequentarono insieme l’asilo interno della fabbrica e si considerarono sempre fratelli di latte.

La targa che intitola alle “paltadore” la piazzetta alle sigaraie è stata apposta pochi giorni fa, al termine dei lavori di ristrutturazione dell’isolato, anche se l’intitolazione era stata decisa già nel 2013. È la penultima delle targhe dedicate dalla città di Modena alle donne, che sono meno del 3% del totale, come del resto succede nel resto del paese. L’ultima intitolazione al femminile è del luglio scorso: una nuova strada modenese è stata dedicata a Margherita Hack. E speriamo che non sia l’ultima.