RICREARE LA COMUNITA’ ATTRAVERSO I SOCIAL NETWORK

Da sinistra: Nicola Palmarini, Ivana Pais e Gian Maria Zapelli

Da sinistra: Nicola Palmarini, Ivana Pais e Gian Maria Zapelli

Le relazioni tra persone ai tempi della crisi non godono di buona salute, anzi

L’analisi di Gian Maria Zapelli (HC able of future) intervenuto alla Social Media Week di Milano nell’ambito dello speech “Tecnologia e riscoperta delle relazioni” è al riguardo molto preoccupante.

“La crisi che stiamo vivendo ha prodotto una specie di anoressia empatica e perdita del senso di comunità – ha affermato Zapelli – Il tramonto del valore dell’autorità facilita la diffusione di forme di legami neo-tribali, ovvero tendiamo a stare solo con le persone che sentiamo più simili a noi. Noto un impoverimento della capacità di accettare l’altro e la diversità che rappresenta”.

Ma quanto le tecnologie, e soprattutto i social network, possono essere di ostacolo o di aiuto nel superare questa chiusura in noi stessi? 

“Se ti azzardi a criticare vieni subito tacciato di neo-luddismo – ha rilevato Nicola Palmarini di Ibm Italia – Mi domando quanto riusciamo a essere veramente noi stessi sui social… E poi è fin troppo facile mettere un “like”! Ma provate a chiedere qualche euro per un progetto e vedrete che l’adesione non sarà così entusiastica”.

Più ottimista la sociologa Ivana Pais, che si occupa di crowdfunding.

“Faccio ricerca su quanto di buono si può fare grazie alla tecnologia e cerco intenzionalmente queste buone pratiche – ha esordito la sociologa – Ma solo in questi ultimi mesi hanno cominciato a prendere forma dei veri e propri progetti. Vedo tanta innovazione, idee che altrimenti non avrebbero vita. I social network possono aiutare a recuperare dei legami per orientarli a nuove progettualità, alla creazione di comunità”.

Sono soprattutto progetti che nascono e vivono nei territori, creando una contaminazione tra online e offline. Riguardano nord, centro e sud, non creano quindi disuguaglianze tra regioni più avanzate e più arretrate, ma costituiscono un’opportunità per tutti.

Molto interessante la lettura del fenomeno in chiave “di genere” da parte dei relatori.

Per Gian Maria Zapelli “se c’è una speranza per il futuro, questa viene dalle donne. In grandi aziende come Eni e Poste le donne stanno costruendo comunità vere, che non si basano solo sulla simpatia o sul sentimentalismo”.

Non incoraggianti da un punto di vista quantitativo i dati in possesso di Ivana Pais, secondo i quali su 1.600 startup iscritte al registro della Camera di Commercio solo il 18% sono fondate da donne. Sempre secondo questi dati la progettualità femminile si orienta più verso imprese con budget ridotti (al di sotto dei 100.000 euro), mentre come finanziatrici le donne tendono a privilegiare progetti che abbiano anche un risvolto sociale e non siano legati esclusivamente al business.

Dove il genere femminile eccelle è nella creazione delle cosiddette social street: a parte quella storica e ormai famosa di via Fondazza a Bologna, si tratta in maggior parte di realtà con protagoniste donne.

Insomma, i social network possono essere qualcosa di più di un mezzo per condividere emozioni. E questo dipende solo ed esclusivamente da noi.