Il “codice rosa” e la violenza sulle donne

In questi giorni si è molto parlato del “codice rosa” e dell’emendamento Giuliani che ha provocato contrapposizioni nella rete delle associazioni femminili. Un dibattito che ha visto delle prese di posizioni come quella di Udi e D.i.R.e. Come WISTER abbiamo voluto fare una ricognizione per mettere ordine tra gli argomenti. Così Franca Nardi, con occhio attento ed euilibrato, si è fatta un’opinione in base a quanto letto nelle diverse sedi e Morena Ragone, con l’occhio della giurista, ha riletto il testo dell’emendamento.

Una lettura comparata a cura di Franca Nardi 

Un emendamento alla legge di stabilità  a firma Fabrizia Giuliani del Pd, mira ad istituire percorsi protetti per le donne abusate all’interno degli ospedali italiani. I commenti delle testate sono tra loro contrastanti: da Art.21 leggo che il progetto si rifà all’esperienza pilota della Asl 9 di Grosseto per identificare subito, all’arrivo al pronto soccorso, le vittime di violenza sessuale, offrendo, oltre alle cure, la possibilità di denunciarne gli aguzzini già in ospedale. Da allora – riporta la testata – sono stati attivati oltre 1700 cosiddetti “codici rosa” in altre Aziende Sanitarie Ospedaliere Toscane, per tutelare le vittime con assistenza alla persona, privacy e massima rapidità di intervento nei confronti degli autori del reato.

Da parte di Udi della rete DiRe, di Ferite a Morte fino alla Casa delle Donne di Roma, invece, apprendo di una risposta immediata per il ritiro dell’emendamento, perché con la richiesta di cure da parte delle donne  – ancora considerate soggetti deboli e incapaci di difendersi – scatterebbe il ricorso all’autorità giudiziaria, col pericolo che le vittime rinuncino a curarsi per paura di ritorsioni da parte del carnefice.

Da altri – ancora – che l’emendamento approvato in Commissione Bilancio della Camera, in dieci righe, distrugga l’esperienza e i saperi raccolti negli ultimi trent’anni dai centri Antiviolenza, che continuano a non essere finanziate, come vorrebbe la legge, né interpellate in materia dalle istituzioni.

Proprio sulla base di queste ultime posizioni, diverse associazioni hanno firmato un appello per sottolineare che la violenza di genere non è questione sanitaria o di ordine pubblico, ma va contrastata con la tutela alle vittime dopo la denuncia e garantendo loro un posto dove stare, perché esse stesse possano diventare protagoniste della propria liberazione.

Già, perché questo “Codice rosa” come soluzione alla violenza prevede l’istituzione di un Gruppo coordinato tra le Procure della Repubblica, le Regioni e le Aziende sanitarie locali (ASL) e solo come “supporto” le figure professionali già attive sul territorio, anche se un approccio multidisciplinare e integrato è già previsto dalle normative regionali.

Sembra che troppo spesso i problemi vengano presi in carico dalla “sicurezza” – che siano migranti, disastri climatici o terremoti, vittime di violenze o di prevaricazioni – tenendo fuori i volontari, le associazioni e qualsiasi forma partecipativa dei cittadini e soprattutto delle vittime, che vengono di nuovo isolate e circoscritte da norme di polizia rigide e asettiche.

Ma anche nel più efficiente ed efficace dettame normativo, orientato dalle intenzioni più solidali ed etiche possibili, ricordiamoci che in Italia spesso i servizi socio-sanitari sono al limite del sacrificio umano, in un contesto dove l’ultimo sciopero nazionale dei sanitari chiedeva, oltre al rinnovo del contratto, l’assunzione di un adeguato numero di  medici che permettesse un regolare servizio, con un equo turno di lavoro, senza straordinari obbligatori e quotidiani.

L’esperienza della legge 180 per la chiusura dei manicomi – che demandava agli ospedali la custodia temporanea dei malati di mente – ci ricorda che per anni i pazienti sono stati tenuti in giro per i reparti, senza alcun aiuto né attenzione.

E poi, siamo sicuri che le figure professionali appartenenti alle forze dell’ordine sappiano lavorare in gruppo multidisciplinare? Nelle esperienze passate si sono assunti sempre funzioni direttive ed esclusive, come successe dopo il terremoto dell’Aquila. E’ importante, invece, partecipare alle scelte ed alla crescita culturale e civica di questo Paese, perché è dalla partecipazione che deriva anche la nostra crescita personale e sociale.

 

La lettura dell’emendamento: oltre le opinioni – L’opinione di Morena Ragone

“Come si vede, opinioni molto diverse tra loro  e tutte rispettabili. Il mio personale suggerimento, prima di schierarsi, è, in ogni caso, leggere i testi ufficiali e – da parte del Governo – chiarire i punti d’ombra dell’emendamento, per esempio la non precusa formulazione della “presa in carico” dei soggetti deboli, ossia se al percorso di accompagnamento segua, per esempio, necessariamente una denuncia. Cosa che espressamente l’emendamento non dice  – qui il link al testo approvato. Sicuramente, un aiuto verrà dalle future Linee Guida, che si rivolgeranno agli operatori di prima emergenza che si troveranno ad accogliere i “codici rosa”, e che dovranno essere adottate entro 60 giorni dall’approvazione del testo stesso.

 

L’emendamento nella sua versione integrale

http://documenti.camera.it/apps/emendamenti/getPropostaEmendativa.aspx?contenitorePortante=leg.17.eme.ac.3444&tipoSeduta=1&sedeEsame=consultiva&urnTestoRiferimento=urn:leg:17:3444:null:null:com:02:consultiva&dataSeduta=null&idPropostaEmendativa=1.31.&position=20151126