Bilancio partecipativo: facciamolo open e che non divida

Bilancio partecipativo: facciamolo open e che non divida

Sviluppare idee ed esplorare possibili interventi legati alla quotidianità urbana; condividere conoscenze, stimolare l’innovazione; creare interazioni significative tra cittadini e Pubblica Amministrazione, facilitare o potenziare gruppi d’azione informali di cittadini per attivare sussidiarietà. Aprire i processi interni alla PA a un test di utilità e sostenibilità e, quindi, al loro potenziale re-design.

il logo del Bilancio Partecipativo della Città di Desio (MB)

il logo del Bilancio Partecipativo della Città di Desio (MB)

Una serie di obiettivi che sostanziano il concetto a volte altrimenti un po’ astratto di ‘partecipazione’ e ‘cittadinanza attiva’ o ancora, di ‘smart citizen’ e ‘crowdsourcing’ delle politiche pubbliche locali.

Obiettivi forti che con i loro prodotti, oltre che con i processi che innescano (anche in questo caso, il viaggio è già la meta), possono fare la differenza nel liberare competenze e creatività dei cittadini.

La scommessa è che lo facciano in maniera inclusiva anche dal punto di vista degli strumenti che scelgono di utilizzare: il bilancio partecipativo può essere uno di questi.

Difficile, negli esangui capitoli di spesa, trovare un budget da dedicare, ma non impossibile, se ogni assessore mette sul tavolo una percentuale di quanto ha a disposizione per realizzare i suoi obiettivi di mandato.

Se poi si decide di riservare parte di questo budget ad un processo ‘junior’, riservato alla fascia di età di cittadini in età di scuola dell’obbligo, e se il processo di partecipazione è aperto a tutti i residenti, senza limitazioni di nazionalità o permanenza sul territorio, allora la tensione verso livelli alti di inclusione parte proprio con una bella rincorsa.

A patto però che: non sia calato dall’alto, sia costruito insieme ai cittadini, alle cittadine e alla macchina amministrativa (che andrà coinvolta nella fase di studio di fattibilità delle idee progettuali), con regole chiare e un sistema di voto che ne assicuri la correttezza e la trasparenza e, non meno importante, non spacchi la comunità.

Sì, perchè chiedere ai cittadini di votare implica normalmente una attenzione soprattutto all’esito, cioè alla decisione finale che verrà presa. Invece ciò che è fondamentale in un bilancio partecipativo è porre un’attenzione al processo che porta alla decisione, non inferiore a quella che viene posta sulla decisione stessa.

Un ottimo strumento, che abilita questa attenzione può essere la piattaforma open source di voto digitale denominata Liquid Feedback, conosciuta, nella mia personale esperienza, grazie a Luca Talamazzi,  dell’Associazione Rizomatica, che ringrazio di cuore.

Il voto on line è uno strumento di inclusione e può dare la possibilità ai decisori pubblici di costruire un’abitudine all’essere cittadini in maniera costruttiva e decisiva anche in rete. Che sia open source è importante: non se ne va con il consulente di turno, ma rimane e le ‘istanze’ – termine utilizzato per identificare i processi decisionali avviati su LF – possono essere aperte in ogni momento.

Chi si occupa oggi di processi partecipativi e cittadinanza attiva lo fa anche e necessariamente nella direzione dello sviluppo di competenze digitali interne ed esterne all’organizzazione in cui lavora. Un processo di Bilancio Partecipativo che struttura e abilita strumenti di e-democracy, attivando diritti di cittadinanza online, può aiutare a innescare all’interno della PA è un diverso approccio all’adozione di strumenti digitali: un approccio che parte da processi di governo aperto e non da procedure da informatizzare.

Un ‘effetto collaterale’ di non poco conto, per il quale vale davvero la pena avviare i percorsi interni di mediazione culturale che spesso vengono richiesti dall’adozione di strumenti open.